L' anoressia giovanile

L' anoressia giovanile
05 Marzo 2017

Terapia psicologica Firenze

L’anoressia, ovvero il rifiuto del cibo, rappresenta una patologia psichica che conduce drammaticamente alla morte attraverso la propria sintomatologia. Il rifiuto ad alimentarsi viene portato avanti sulla base della convinzione di essere grassa da parte di chi è affetto da anoressia.

In realtà, nell’anoressia viene a strutturarsi un vero e proprio paradosso fisiologico, ovvero più l’ anoressica perde peso e più le sue lenti deformanti con le quali osserva e distorce la realtà, la fanno sentire enorme, imponendo ulteriori restrizioni. In sostanza, più dimagrisco e più mi vedo grassa, e questa è un’equazione che non può essere compresa attraverso una logica lineare e razionale, semmai è necessario ricorrere ad una logica che possa contemplare il paradosso e una credenza irrazionale.

Questo rifiuto ad alimentarsi, appare un vero e proprio controsenso alla natura delle cose, potremmo definirla una patologia del “benessere”, inaccessibile agli affamati veri. L’insorgenza della patologia anoressica si è sempre registrata infatti nei paesi dell’opulenza, dove c’è abbondanza di cibo, dove riscontriamo povertà e carestia l’anoressia non esiste, esiste solo tra chi può permettersi di rifiutare il cibo. Un tempo, infatti, le antiche anoressiche erano principesse e nobildonne.

Negli ultimi decenni questa patologia, che si dice colpisca le ragazze dotate di una maggiore sensibilità ed intelligenza, si è diffusa al pari di un virus nelle società caratterizzate dal benessere, raggiungendo il secondo posto tra le cause di morte giovanile dopo gli incidenti stradali. Riguardo l’età di insorgenza, la Società di Pediatria riporta risultati allarmanti perché la soglia si è ulteriormente abbassata, intorno ai 12 anni. La patologia esplode in maniera molto rapida, con vertiginosi cali di peso nel giro di pochi mesi. Questo vortice repentino che si viene a creare, costringe spesso le ragazze ad abbandonare le loro attività sociali o sportive, nelle quali nella maggior parte dei casi brillavano, intrappolandole ulteriormente in un isolamento familiare che esaspera in maniera esponenziale la sintomatologia peggiorando ulteriormente la situazione.

Le teorie che tentano di inquadrare le cause dell’anoressia sono numerose, e come spesso accade in ambito psicologico/psichiatrico, in base alla teoria di riferimento, si ipotizzano cause diverse: alcune teorie fanno riferimento a traumi infantili, altre a legami di attaccamento disfunzionali, altre ancora puntano su ipotesi organicistiche.

Dal nostro punto di vista, nel tentativo di avere una visione più pragmatica anche rispetto a questa patologia, è più funzionale spostarsi dalla ricerca delle cause  alla ricerca delle soluzioni, ovvero  conoscere un problema mediante la sua soluzione (Nardone e Portelli 2005).

L’anoressia giovanile si distingue dall’anoressia adulta (dai 18/19 anni in poi) perché richiede una forma di trattamento diverso; per la giovanile l’intervento terapeutico più efficace risulta essere quello sistemico, quindi che coinvolge anche i genitori, per l’anoressia adulta invece è più efficace un percorso terapeutico individuale. Questa considerazione dipende dal fatto che la dinamica familiare ha una rilevanza ben precisa nel formarsi e nell’evolversi del disturbo per poi, in età adulta, lasciare maggiormente spazio ad una realtà costruita e subita dall’adulto stesso.

In Terapia Strategica l’intervento è strutturato attraverso sedute che prevedano precise prescrizioni terapeutiche che la paziente ma anche la sua famiglia dovranno mettere in atto.

Indicazioni, quindi, dirette al cambiamento terapeutico e relative alla gestione concreta dell’alimentazione e alle percezioni alterate della paziente. In questo modo si tratta il disturbo nel medesimo contesto in cui è emerso.

Nel lavoro con la famiglia, l’obiettivo è ri-organizzare la dinamica relazionale familiare attraverso la responsabilizzazione dei genitori, soprattutto nelle prime fasi della terapia.

Nella nostra esperienza clinica, il ricatto patologico tipico della giovane anoressica e che rende ostaggi-complici i genitori è “se mi vuoi bene aiutami a non soffrire”, ovvero “sii alleato per i miei nefasti scopi”.

Nel nostro intervento, uno dei primi bersagli terapeutici sul quale andare a colpire è proprio questa tipica trappola relazionale nella quale rete cade la maggioranza dei genitori; per poi procedere con un susseguirsi di strategie mirate per obiettivi terapeutici. Il primo passo quindi non è ricercare le cause, ma bloccare il pericoloso progredire della sintomatologia, passaggio essenziale in una patologia che può condurre realmente ad esiti nefasti; in un secondo momento si ristrutturano le dinamiche a monte del disturbo. In merito all’ospedalizzazione, dal nostro punto di vista, andrebbe valutata quando le condizioni di salute lo richiedono con urgenza, ma dovrebbe essere comunque di breve durata e focalizzato esclusivamente al recupero fisico, per lasciare spazio poi al trattamento psicoterapico.

Rispetto all’anoressia oggi si è fatta chiarezza rispetto ai molti lati fino a qualche tempo fa oscuri di questa patologia che, se trattata con processi terapeutici rigorosi e replicabili, può essere condotta alla guarigione. Prendendo in prestito le parole di E. Cioran “ogni problema profana un mistero e a sua volta è profanato dalla sua soluzione”.

Riferimenti bibliografici

-Nardone G., Valteroni E. (2017), L’anoressia giovanile – Ponte alle Grazie, Milano

-Castelnuovo G., Molinari E., Nardone G., Salvini A. (2013) “La ricerca empirica in psicoterapia”. In G. Nardone, A. Salvini, Dizionario internazionale di psicoterapia – Garzanti, Milano



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